Dal 1°ottobre il PIN INPS lascia il passo a SPID

Il testo che segue è la copia originale della comunicazione Inps  indicata nel  titolo

A partire dal 1° ottobre 2020 l’INPS non rilascerà più PIN come credenziale di accesso ai servizi dell’Istituto. Il PIN sarà sostituito da SPID, il Sistema Pubblico di Identità Digitale che permette di accedere ai servizi on-line della Pubblica Amministrazione. Per gli attuali possessori di PIN il passaggio allo SPID avverrà gradualmente secondo le istruzioni fornite con la circolare INPS 17 luglio 2020, n. 87, che prevede una  fase transitoria che si concluderà con la definitiva cessazione della validità dei PIN rilasciati dall’Istituto. Continua a leggere Dal 1°ottobre il PIN INPS lascia il passo a SPID

Vittorio Feltri: Il Calvario di Enzo Tortora, ripubblicato nel 2006 su Libero

Calvario di Enzo Tortora
Vittorio Feltri – Libero – 19-05-06

 

A diciotto anni dalla morte di Enzo Tortora, ripubblichiamo un articolo di Vittorio Feltri comparso nel 1985
sulla Domenica del Corriere nel quale si ricostruisce la tribolata vicenda giudiziaria del noto presentatore,
condannato in primo grado a 10 anni di reclusione per camorra. A incastrarlo furono i pentiti che non
agirono “gratis”. Un clamoroso episodio che rivelò i limiti di una legge (sul pentitismo) e di chi fu
chiamato ad applicarla. (Libero- 19-05-06)

Ho seguito soltanto la parte finale del processo a Enzo Tortora, ma mi è bastata. Dal 15 luglio al
17 settembre, esclusa la parentesi agostana, che il tribunale di Napoli ha dedicato alle vacanze, non
ho perso un’udienza. Breve premessa: quando il direttore del mio giornale, che è il Corriere della Sera mi
notificò la decisione di inviarmi a Napoli non avevo alcuna idea se il papà di Portobello avesse più o meno
combinato ciò che la Procura partenopea gli addebitava. E, francamente poco mi importava.
Conoscevo Tortora, l’avevo incontrato due o tre volte: ma non si può certo affermare che la nostra
fosse un amicizia. E, se devo essere sincero, mi era piu antipatico che simpatico: trovavo odiosi i suoi
toni affettati, certi atteggiamenti melliflui, il perbenismo ossessivo.
Della vicenda giudiziaria due cose mi avevano colpito. E insospettito. Il fatto che il cosiddetto blitz, che
aveva portato in galera lui e altri ottocento e passa imputati, fosse avvenuto una settimana prima delle
votazioni politiche; e che gli agenti, pur di far riprendere Tortora dalle telecamere, con tanto di manette e
di scorta, gli occhi smarriti e il volto pallido, lo avessero tenuto in questura sei o sette ore, in attesa della
luminosità adatta alla massima resa delle immagini da mandare in onda.
All’inizio Tortora, a manette ancora calde, aveva proclamato piena fiducia alle toghe, sostenendo che,
prima o poi, avrebbero riconosciuto la sua innocenza; quindi, aveva giurato che mai avrebbe chiesto
la liberta provvisoria e sarebbe uscito di galera esclusivamente per proscioglimento. La sua condotta, alla
prova dei fatti, aveva invece smentito le intenzioni: non solo si era quasi subito scagliato contro gli
inquirenti, accusandoli di irriducibile pervicacia nel perseguitarlo; ma si era affrettato a supplicarli di
concedergli la scarcerazione e in subordine, gli arresti domiciliari; infine, aveva accettato la candidatura a
eurodeputato nelle liste radicali, abbandonando, con un poderoso salto della quaglia, il partito liberale.
A Napoli sono così arrivato con la certezza di avere a che fare, se non con un camorrista e uno
spacciatore di droga, almeno con un uomo che ignorava la coerenza. E ho cominciato a esaminare le
carte processuali con diffidenza. Ma benché non trascurassi neanche una virgola della intricata storia, non
riuscivo a capire quali fossero concretamente gli elementi contro di lui: c’erano le dichiarazioni dei pentiti,
d’accordo, ma nulla di più.
Il primo a vuotare il sacco è stato Giovanni Pandico. Era il 28 marzo 1983. Racconta l’attività della
camorra, fa nomi e cognomi di assassini vari ma, per il momento, quello di Tortora rimane nell’ombra.
Due giorni dopo fornisce un elenco degli appartenenti alla Nco (Nuova camorra organizzata). Al
sessantesimo posto ci ha infilato Enzo. I giudici gli domandano: perché così in basso in classifica?
Risposta: perché è uno che vale niente, una comparsa. Pià tardi, aggiunge che il presentatore doveva
essere ucciso. Motivo, non aveva saldato un debito di 50 milioni per forniture di cocaina. La condanna a
morte era stata decretata dallo stesso Cutolo, che aveva incaricato Pandico dell’esecuzione. E lui,che è in
galera, si affida a un tale con cui divide la cella, promettendogli un tanto in cambio del lavoretto. E,
per agevolarlo, gli impartisce lezioni di decapitazione, prendendo dei conigli come cavie. Ma il progetto
non va in porto.
Traseorre una settimana o poco più, ed ecco un secondo pentito. E’ Pasquale Barra, diciassette omicidi
all’attivo. Il quale conferma: sì, Tortora è un camorrista. Come fa a saperlo? Glielo ha scritto in
una lettera Nadia Marzano, la quale smentisce, ma non importa. Perché non importa? La
Marzano, secondo i colpevolisti, tace perché è gia stata picchiata e teme di essere uccisa. Da chi? Dagli
amici di Tortora.
Comunque, si cerca la lettera nella quale la Marzano confida al pluriomicida l’affiliazione del teledivo alla
Nco in una cerimonia che si sarebbe svolta a Milano nel 1979, in casa della donna, alla presenza di
Turatello e di Cutolo. Si cerca ma non si trova. Cioè, ci sono delle lettere, ma non quella. E allora? Niente,
la testimonianza di Barra viene lo stesso considerata buona perché è avvenuta spontaneamente e non
poteva essere stata concordata con Pandico, perché i due erano i prigioni diverse e, quindi, senza contatti
che non fossero controllabili. La legge è chiara: se almeno tre deposizioni coincidono e non sono il frutto
di una macchinazione, costituiscono prova.
Ma dov’è la terza, se finora hanno parlato solamente Pandico e Barra? La terza arriva presto: è quella di
Pasquale Sanfilippo. Tecnicamcnte,Tortora è spacciato. C’è poco da fare, la legge è legge. La quale, però,
precisa che le disposizioni debbano avere i crismi dell’attendibilità, che, se vogliamo, è una qualità
generica. E suscettibile di contestazioni.
I magistrati di Napoli dicono: i tre accusatori saranno mascalzoni, ex killer, ex rapinatori e quant’altro di
peggio, ma, nel momento in cui chiamano il presentatore in correità, sono credibili, dato che loro
stessi debbono rispondere del reato. E non esiste che uno, per il gusto di inguaiare un altro, inguai se
medesimo.
Rispondono i difensori: non è vero, perché Pandico, Barra e Sanfilippo non hanno “cantato” gratis. Ossia,
è vero che, accusando Tortora, hanno accusato se stessi, e quindi apparentemente sono andati contro
il loro interesse; ma è anche assodato che, dopo le confessioni sono stati tolti dal mucchio dei carcerati
comuni e custoditi con riguardo.
Obiezione: ma come mai i tre, ai quali poi se ne sono aggiunti altri, hanno fatto proprio il nome di
Tortora? Non bastava loro di aver coinvolto nell’inchiesta centinaia di manovali e cervelli della Nco? No,
non bastava, perché è stato accertato che tutta la faccenda è diventata importante solo dopo che
nel famoso elenco di Pandico è stato identificato il presentatore. Inoltre: chiunque abbia partecipato al
coro contro l’anfitrione di Portobello è stato immediatamente collocato in una posizione di privilegio.
Ma attenzione: abbiamo poc‘anzi accennato alla legge che prevede tre testimonianze incrociate come
prova, in base alla quale Tortora è inchiodato. Osserva la difesa pur essendo incontestabile che i pentiti
erano finiti in prigioni diverse, era poi così difficile che comunicassero tra loro, visto che avevano i telefoni
a disposizione e, in certi casi, contavano sui magistrati per scambiarsi informazioni? E che dire di
radiocarcere, ossia di quel misterioso meccanismo che permette ai detenuti di tenere stretti contatti? E
che dire dei giornali che, in assenza di un segreto istruttorio serio, pubblicavano notizie su notizie,
consentendo a qualsiasi cittadino compresi quelli in cella, di essere a conoscenza di ogni
sviluppo dell’affare Tortora?
Al lettore sorgerà, com’era sorto a noi, un quesito: va bene, i pentiti mentono perché è conveniente, e
abbiamo visto quali sono i vantaggi; ma alla magistrature che cosa viene in tasca se il presentatore
anziché in Tv finisce in cella? Per comprendere la messa in moto dell’infernale macchina bisogna
risalire alle origini. A quando, cioè, Pandico, tra mille verita e mille bugie, fa il nome diTortora. Nessuno,
inizialmente, ci vuol credere. Ma ecco che il pentito, che ha una niente fervida e capace di reggere i fili di
qualsiasi romanzo per quanto complicato, svela una serie di particolari verosimili che,
indubbiamente, insospettiscono.
Per ovvi motivi, che vanno dalla fretta alle difficoltà burocratiche, i rappresentanti della Procura
napoletana, di fronte al castello delle delazioni, non svolgono alcuna verifica: nè
intercettazioni telefoniche, né pedinamenti, né sopralluoghi, nè ispezioni bancarie. Eppure, questi passi
avrebbero permesso di scoprire se effettivamente Tortora aveva un giro illecito.
In ogni caso, gli inquirenti si astengono da ogni tipo di controllo, e la spiegazione non può essere nella
mancanza di professionalità, ma nella convinzione che i pentiti dicessero la verità. Sicchè spiccano gli
ordini di cattura, 856, tra cui quello di Tortora, grazie al quale l’operazione, di per sé
mediamente importante, assume, con la carica pubblicitaria del grosso nome, la potenza di una
bomba atomica.
Più tardi, nella fase istruttoria, quando però non c’è italiano che non s’interroghi sul ruolo del
presentatore, prende il la la caccia ai riscontri obbiettivi. Si tratta, in altre parole, di raccogliere quegli
elementi che la legge pretende perché il processo non si celebri sulle chiacchiere dei delatori, ma su
delle prove. Sembra una faccenduola di ordinaria amministrazione. Ma non è così.
Piu si scava, più il vuoto si allarga. Emerge un’agendina appartenuta a un camorrista, vi si trova il
numero di un Tortora, e i pentiti gridano alla prova. Ma il telefono non è quello di Enzo bensì di un
omonimo. Intanto il codazzo dei delatori si allunga, ognuno che si intruppa ottiene il premio: protezione
in galera e altri benefici.
L’ultimo della processione è Gianni Melluso, insufflato da Barra e da Villa. Quelli della procura gli dicono:
a questo ufficio risulta che lei ha fornito droga a Tortora. Risposta: io? Manco per sogno. Poi ci
ripensa: sì, gliene ho venduta. E anche Melluso viene coperto di ”regali”carcere sicuro, incontri galanti in
questura con la ragazza che, un anno dopo, diverrà sua moglie, promesse di espatrio per sé e la famiglia.
Gli inquirenti si tranquillizzano. Avevano temuto di trovarsi con un pugno di mosche; e ora invece hanno
una troupe di galeotti che, “spontaneamente” s’intende, sparano sull’imputato numero uno. La loro faccia
è salva. E poco male che Melluso sia scopertamente mentitore: non sa dove consegnò i pacchi di cocaina,
confonde Legnano con Melegnano, piazzale Loreto con piazzale Corvetto riferisce di un ineontro tra lui,
Tortora, Pazienza, Calvi. Ormai, balla piu, balla meno, la pizza napoletana è sfornata.
Ultima considerazione: se l’impianto accusatorio è così debole, come mai la magistratura l’ha sostenuto
fino in fondo, a rischio di un crollo al primo soffio? Il problema è diverso, almeno secondo i
difensori. Dall’Ora, in particolare, dice che tra Procura e pentiti si è formata una alleanza, una sorta
di osmosi: gli uni che volevano distruggere la camorra a tutti i costi; gli altri che, intravista la pacchia
delle agevolazioni, li hanno assecondati in pieno, dando loro in omaggio anche il grosso nome che, in
teoria ma anche in pratica, avrebbe garantito il clamore indispensabile alla storia per non decantarsi nelle
pagine interne dei giornali.
Anche per i giudici la partita si è conclusa con largo profitto: c’era davvero il rischio che, condannando
Tortora, si disgustasse l’opinione pubblica, tempestata dagli innocentisti socialisti, dai radicali, da
alcuni ascoltatissimi commentatori? Ma non facciamo ridere: la gente, davanti a quei dieci anni
inflitti all’amico del pappagallo, non ha pensato a un grave errore, ma che qualcosa ci doveva pur essere
sotto: non si manda in galera un uomo famoso se non si hanno delle certezze. Il cittadino ha sicuramente
più fiducia nelle toghe, alle quali riconosce una sacralità che le pone al di sopra di ogni sospetto, che non
in un presentatore presumibilmente vissuto nel mondo dello spettacolo.
Molti dicono che bisogna attendere la sentenza completa per criticare il tribunale. Ma che cosa può esserci
scritto nel verdetto più di quanto si è udito in aula? Semmai è da respingere una legge, e una prassi,
che legittima condanne senza prove; una legge che dà a un Panico o a un Melluso licenza di
scegliersi una vittima e di stritolarla, sostituendosi, non solo al giudice, ma addirittura al boia.
Ho visto giornalisti che si sbranavano e io mi sono trovato nell’arena. Ero arrivato a Napoli, diciamo
agnostico, e per la mia riluttanza a sposare la tesi colpevolista sono stato bollato innocentista, come fosse
un’infamia. E deriso. La corporazione voleva a larga maggioranza la condanna diTortora, neanche si
trattasse di una conquista per la categoria.
Ma perchè tanto accanimento? Ho avuto l’impressione di uno scoppio di irrazionalità, di una specie di tifo
cieco analogo a quello degli stadi, alimentato, per giunta, dall’antipatia dell’imputato e dal suo modo
ora goffo ora insolente, di difendersi. Un collega lo odiava perché con la Tv aveva strappato un
facile successo, e scordava che, se il successo fosse facile, l’avrebbe avuto anche lui. Ha inciso anche la
sua popolarità: troppa per essere perdonata da chi non ne ha affatto.
Ed ora che il presentatore era a terra, il piacere di sferrargli delle pedate era voluttuoso. Durante la
lettura della sentenza ho visto cose turpi. Il nome di Tortora tardava a essere pronunciato. Che fra i
colpevoli non ci sia? I giornalisti si interrogavano con lo sguardo, increduli, delusi, amareggiati.
Parecchi avevano scommesso sulla condanna, avevano investito articoli ed articoli e temevano di essere
sconfessati. Uno si volta e, allargando le braccia mi sussurra: vedrai che l’hanno assolto, mi toccherà
andare in giro coi baffi finti. Ma la sua disperazione, e non solo la sua, è durata poco: “Tortora
Enzo… dieci anni di reclusione e 50 milioni di multa” ha detto il presidente Sansone. Qualcuno ha stretto i
pugni dalla felicità, altri hanno sorriso, sia pure con moderazione, dato il momento. Era come se la loro
squadra avesse segnato in trasferta. E alla sera, ho saputo, hanno brindato: alla faccia di Tortora.

Fonte: pdf scaricato da Internet

Vittorio Feltri, si è dimesso dall’Ordine dei Giornalisti nel 2020.

Stati Generali, quelli del Regno di Francia

Gli Stati generali, attualmente in corso in Italia, riportano alla nostra memoria quelli convocati molte volte nei secoli scorsi nel Regno di Francia. In questa nazione costituivano un’assemblea di consultazione; convocati per la prima volta da Filippo IV nel 1302,  si continuò a convocali fino al 1615. Le motivazioni per la convocazione di quest’organo assembleare erano l’imposizione al popolo di tasse, gabelle e tributi. Nel 1615 Maria dei Medici convocò una sessione che sembrava essere l’ultima. Invece Gli Stati Generali furono convocati di nuovo per il rinnovo, dopo 174 anni, il 5 maggio 1789 dal sovrano Luigi XVI.

Composizione degli Stati Generali
La convocazione avvenne nel 1789 in occasione della grave crisi finanziaria del Regno.
Partecipò il primo Stato di cui faceva parte il Clero, secondo Stato (Aristocrazia), terzo Stato (Popolo urbano e rurale). In totale i partecipanti erano 1139.

Funzionamento degli Stati
I tre Stati si riunivano separatamente e ognuno esprimeva un voto. E poiché il Clero e l’Aristocrazia in genere si alleavano con riferimento alla materia del contendere il risultato alla fine quasi sempre era a sfavore del Popolo (due contro 1).

La fine degli Stati Generali
Il Terzo Stato (Popolo) fu costretto a chiedere che le votazioni si concludessero con il conteggio dei voti per testa anche perché era riuscito a ottenere l’aumento del numero dei propri membri. La richiesta non fu accolta e l’aumento dei membri per il Terzo Stato (Popolo) non sortì alcun vantaggio “politico” con conseguenze devastanti per il primo e secondo Stato.

Autoproclamazione del Terzo Stato (Popolo) quale rappresentante della Francia
Il Terzo Stato (Popolo) si autoproclamò unico rappresentante della Francia determinando  la fine degli Stati Generali e la costituzione dell’Assemblea Nazionale.

Fonti storiche varie: Curator eu.za.

Agenzia delle Entrate, istruzioni per pagamento Imu, codici di versanento per F24

Pagamento Imu, primo acconto 2020

Mentre viene dato il via libera  agli italiani a spostarsi da una regione all’altra in contemporanea scattano le disposizioni dettagliate per il pagamento dell’Imu entro il prossimo 16 giugno. Nel precedente articolo è stata evidenziata la impossibilità di concedere alcuna proroga esssendo questa una tassa necessaria per le casse delle Amministrazioni Comunali, ovviamente salvo improbabili ripensamenti dell’ultima ora.
Ecco il link della nota Agenzia delle Entrate.       

Notes: fonte Agenzia Entrate

 

 

Banca Intesa, da questa mattina app e sito in blocco

Disfunzioni Banca Intesa ore 15:00

Secondo quanto riporta il sito di rilevazione “lamentele” Downdetector   App e sito di Banca Intesa da questa mattina non sono accessibili impedendo a molti clienti  consultazioni e aperazioni bancarie. Alle ore 15  ancora risultavano le  disfunzioni.  Chi lo ritiene può  scrivere i commenti in  Downdetector che viene  aggiornato in continuazione.
Speriamo per i clienti  in un rapido ritorno alla normalità.

Disfunzione ore 18
All’incirca, a quest’ora, in molti sono riusciti a utilzzare l’App e si presume che con l’aiuto della stessa è stato possibile utilizzare anche il sito. Eventuali altre notizie saranno pubblicate in questa pagina.

 

Notes: fonti commenti utenti su Downdetecto

 

 

 

 

 

Imu: nessuna proroga, pagamento entro il 16 giugno

Nessuna proroga, al momento, per la prima rata Imu in scadenza il 16 giugno, tranne per il settore turistico al quale è stata concessa l’abolizione del pagamento dell’acconto.
La proroga per tutte le altre categorie, quasi con certezza, non verrà concessa in quanto trattasi di una tassa che va nelle casse dei Comuni e costituisce una posta di bilancio finanziariamente importante.
Novità: a decorrere da quest’anno 2020 è stata abolita la Tasi che fino al 2019 era abbinata all’Imu; dire “abolita” non è esatto in quanto l’aliquota Tasi viene incorporata nell’Imu, il nome “sparisce” ma il relativo importo resta.
In sede di prima applicazione dell’imposta, la prima rata da corrispondere è pari alla metà di quanto versato a titolo di Imu e Tasi per l’anno 2019.

Notes: libera sintesi – commento –  fonti istituzionali

N. B. Spazio non disponibile per inserzioni e banner pubblicitari

Giugno: tasse sulla casa. Denominazione fiscale di prima casa e seconda casa


Breve annotazione ai fini fiscali per chi detiene 2 case: una in affittto e un’altra di proprietà

Nella legislazione fiscale corrente la Casa in affitto nella quale si ha la residenza/domicilio  viene considerata prima casa. Invece la casa di proprieta nella quale non si ha residenza/domicilio viene considerata seconda casa (geniale la finzione giuridica!)  e come tale è soggetta alla tassazione IMU. Ai fini fiscali quindi per la seconda casa, pur essendo l’unica casa di proprietà non è prevista l’agevolazione spettante ai propretari di prima casa: esenzione IMU . E così, lavoratori, studenti e famiglie intere che si sono trasferite prevalentemente al Nord o in altre località, alcuni per breve tempo, altri per una vita intera sono   costretti a pagare  l’Imu e la Tasi per la casa posseduta nella località di origine . E’ un caso particolare  di mancata equità sociale  cui il governo  potrebbe porre rimedio con abolizione o esenzione parziale di queste tasse.

Questa annotazione è soggetta a eventuali altre  modifiche

Admin eu.za.     eu.za Twitter: https://twitter.com/za_euza

Pensione maggio 2020: anche per questa scadenza gli accrediti in banca sono slittati al 4 maggio

I pensionati lamentano il continuo prolungarsi del giorno di pagamento della pensione; questo mese viene pagata il 4 maggio solo per coloro che hanno scelto l’accredito presso un istituto di credito. Lo spostamento della scadenza non è da attribuiree all’Inps ma al cambio della normativa già evidenziato in questo blog. La data “canonica” dovrebbe essere il giorno 1 di ogni mese a condizione che questo giorno non cade di sabato, domenica o altra festività. Questa condizione relativa allo spostamento dall’inizio del 2020 si è verificata ben 4 volte nei seguenti mesi:

  • 03 genaio 2020
  • 03 febbraio 2020
  • 02 marzo 2020
  • 04 maggio 2020

Precisazione Inps per mese di Maggio
Va comunque precisato, come sopra indicato, che in occasione di questo periodo tribolato dal Coronavirus l’Inps per il mese di maggio ha gia provveduto al pagamento come segue (vedi anche sito Inps):
La data di pagamento (comunicato Inps del 20 Aperile 2020)
Il pagamento della mensilità di maggio sarà effettuato in giornate diverse. Per coloro che hanno scelto di ricevere la pensione presso un istituto di credito, il pagamento sarà effettuato il 4 maggio, primo giorno bancabile del mese. Per coloro che riscuotono con qualunque modalità presso Poste Italiane SpA, anche per questa mensilità opera l’anticipo del pagamento previsto dall’ordinanza 19 marzo 2020, n. 652.
Poste Italiane SpA ha scaglionato le presenze dei pensionati ai propri sportelli dal 27 al 30 aprile.

Admin: eu.za.